Patanjali — Il Codificatore dello Yoga Classico
Patanjali è una delle figure più enigmatiche, venerate e al tempo stesso misteriose dell'intera tradizione dello yoga. Poco si sa con certezza sulla sua vita — né la sua data di nascita né il luogo esatto della sua esistenza sono storicamente confermati. Ciò che la tradizione ha preservato è la sua opera monumentale: gli Yoga Sutra, un compendio di 196 aforismi che sistematizzarono, per la prima volta in modo coerente, la filosofia e la pratica dello yoga.
Il mistero storico dietro il nome
La datazione degli Yoga Sutra è essa stessa oggetto di dibattito accademico. Le stime variano tra il V secolo a.C. e il IV secolo d.C., con l'ipotesi più accettata che colloca Patanjali intorno al II secolo a.C. Alcuni studiosi sostengono che il nome "Patanjali" non designa un unico autore, ma una scuola o tradizione di pensiero che compilò e modificò testi nel corso di generazioni.
La leggenda più nota sulla sua nascita lo descrive come un'incarnazione del dio-serpente Ananta (o Shesha), l'essere mitico che regge l'universo sulle spalle, trasformatosi in essere umano per portare la saggezza della meditazione all'umanità. Secondo la narrativa mitica, Patanjali "cadde" (pat) nelle mani giunte (anjali) di Gonika, una devota che pregava per un figlio degno a cui trasmettere la sua conoscenza — da cui il nome Patanjali, "colui che cadde nelle mani in preghiera".
Gli Yoga Sutra: l'opera fondatrice
Gli Yoga Sutra di Patanjali si dividono in quattro capitoli (pada):
- Samadhi Pada — Sulla contemplazione e gli stati della mente
- Sadhana Pada — Sulla pratica e il cammino degli otto rami
- Vibhuti Pada — Sui poteri soprannaturali (siddhi)
- Kaivalya Pada — Sulla liberazione finale e l'isolamento puro
La definizione più celebre di yoga appare già nel secondo sutra: "Yoga citta vritti nirodhah" — "Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente". Questa frase di appena quattro parole in sanscrito racchiude un'intera visione dell'essere umano: la mente è naturalmente agitata, e lo yoga è il processo per calmare questa agitazione e rivelare la natura luminosa del Purusha (il sé o coscienza pura) al di sotto.
L'Ashtanga Yoga: il cammino degli otto rami
Il contributo più influente di Patanjali allo yoga contemporaneo è senza dubbio la descrizione dell'Ashtanga Yoga — lo "yoga degli otto rami" (asta = otto; anga = ramo):
- Yama — Le restrizioni etiche: non-violenza (ahimsa), verità (satya), non-furto (asteya), continenza (brahmacharya), non-possessività (aparigraha)
- Niyama — Le osservanze personali: purezza (shaucha), contentezza (santosha), disciplina ascetica (tapas), studio spirituale (svadhyaya), devozione all'Assoluto (Ishvara pranidhana)
- Asana — La postura stabile e comoda (per Patanjali, si riferiva esclusivamente alla postura meditativa)
- Pranayama — Il controllo e l'espansione dell'energia vitale attraverso il respiro
- Pratyahara — Il ritiro dei sensi dal mondo esterno
- Dharana — La concentrazione su un unico punto
- Dhyana — La meditazione ininterrotta
- Samadhi — Lo stato di completa assorbimento, la dissoluzione della separazione tra osservatore e osservato
È fondamentale notare che, nel contesto originale di Patanjali, asana non si riferiva alle centinaia di posture fisiche che oggi associamo allo yoga. Patanjali la definisce semplicemente come "sthira sukham asanam" — "una postura ferma e piacevole". Era semplicemente la seduta per la meditazione. Il vasto repertorio posturale che conosciamo oggi si sviluppò secoli dopo, principalmente attraverso l'Hatha Yoga.
La visione dualista: Samkhya e Yoga
Il pensiero filosofico di Patanjali si fonda sulla tradizione Samkhya, una delle scuole più antiche della filosofia indiana, che postula un dualismo fondamentale tra due principi:
- Purusha — Lo spirito o coscienza pura, immutabile, eterno e plurale
- Prakriti — La natura o materia, inclusi il corpo, le emozioni e la mente stessa (chitta)
La sofferenza umana (dukkha) sorge, secondo Patanjali, dall'ignoranza (avidya) — la confusione di identificare il Purusha (la coscienza pura che siamo) con le fluttuazioni di Prakriti (i pensieri, le emozioni e le percezioni sensoriali che sperimentiamo). Lo yoga è quindi un processo di progressiva discriminazione (viveka) che culmina nel Kaivalya — l'isolamento o liberazione della coscienza pura, che si riconosce come indipendente e distinta da tutta la materia.
Il lascito perenne degli Yoga Sutra
Per secoli, gli Yoga Sutra sono stati oggetto di numerosi commenti da parte di grandi filosofi indiani, da Vyasa (sec. IV–V d.C.) a Vachaspati Mishra (sec. IX). In Occidente, l'opera fu tradotta e interpretata da figure come Swami Vivekananda, che la presentò al mondo anglofono alla fine del XIX secolo.
Oggi, gli Yoga Sutra rimangono il testo di riferimento fondamentale per chi desidera comprendere lo yoga al di là della sua dimensione fisica. Le sue riflessioni sulla natura della mente, la costruzione dell'identità e i meccanismi della sofferenza umana si rivelano sorprendentemente attuali, trovando paralleli nella psicologia moderna e nelle neuroscienze.
"Yoga citta vritti nirodhah." — Patanjali, Yoga Sutra, I.2
"Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente."